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Racconti di oggi e ieri

 

Artioli: una storia lunga quattro generazioni

Gli inizi

La storia del calzaturificio Artioli comincia con un bambino. È il 1912, siamo a Ferrara e Severino Artioli ha sette o otto anni, è orfano di padre e abita in una casa rurale, una quelle in cui le abitazioni sono ai quattro lati e al centro c’è un cortile.

Il piccolo Severino gioca spesso da solo e un giorno, dopo pranzo, lo vede un vicino di casa che sta prendendo la bicicletta per tornare al lavoro. Lo invita ad andare con lui, lo mette sulla canna della bicicletta e lo porta nella sua bottega. Quel vicino è il calzolaio della città e, giorno dopo giorno, insegna al ragazzino il mestiere.

All’inizio per Severino è come un gioco, poi comincia ad appassionarsi davvero. Impara velocemente, complice l’età ma anche, probabilmente, un talento innato. A quindici anni è già capace di costruire un’intera scarpa da solo.

In quel periodo, nel 1920 circa, a Ferrara apre una delle prime aziende italiane di produzione di calzature con un sistema di catena di montaggio. Si chiama Zenith e Artioli va a lavorare lì. In breve tempo diventa responsabile del reparto che si occupa del fondo, parte di cui è un vero esperto.

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Artioli 1923 - Severino durante il servizio militare
Artioli 1933 - Severino in bici
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Da lì comincia una lunga e movimentata carriera, chiamato da molti calzaturifici del nord, soprattutto nel Veneto, come direttore o consulente.

Durante il secondo conflitto mondiale Artioli è a Tradate, a dirigere il calzaturificio che produce le scarpe per l’esercito e, una volta finita la guerra, decide di aprire, insieme a due colleghi, Eugenio Stefanotti e Angelo Millefanti, la propria impresa. Il nome scelto è Star (STefanotti + ARtioli) e la sede è proprio a Tradate, che ormai Artioli ha scelto come casa.

La crescita

L’attività è di piccole dimensioni. I clienti sono perlopiù negozi italiani, ma di alto livello. La scelta dei tre soci, fin da subito, è di puntare sulla qualità ma anche sull’innovazione tecnica.

Negli anni ’50 muore Stefanotti, tuttavia l’impresa regge il colpo e comincia a crescere, tanto che c’è bisogno di un nuovo stabilimento.

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Artioli 1945 - Severino con un cliente
Artioli 1948 - pubblicità
Artioli 1951 - pubblicità
Artioli 1952: Vito e Severino
Artioli 1956: Vito
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A fine anni ’50 entra in azienda Vito Artioli, uno dei quattro figli di Severino, che si rivela un bravissimo disegnatore e modellista. Con il suo arrivo cambia tutto: si punta su modelli più innovativi, si cerca di allargare il giro di affari puntando sull’estero, conquistando pian piano parte dell’Europa e gli Stati Uniti. A metà anni ’60 Millefanti lascia l’attività e il calzaturificio diventa un affare di famiglia.

Dal 1969 inizia ad esporre a MICAM e, negli anni seguenti, qualità e innovazione procedono spedite nel catalogo Artioli . La mappa dei clienti si allarga ancora, grazie al fenomenale fiuto nel seguire i mercati emergenti: Paesi arabi e, a partire dagli anni ’90, Russia, Est Europa ed Estremo Oriente.

Nel frattempo è giunto il momento dell’ingresso della terza generazione: nel 1985 arriva Andrea Artioli, che prima viene mandato nel negozio che il marchio ha aperto a San Francisco e poi ritorna a Tradate. «In realtà ho sempre lavorato lì», racconta Andrea Artioli. «Da ragazzino, d’estate, invece di andare in vacanza ero lì in fabbrica. Ma mi piaceva. Non vedevo l’ora che finisse la scuola».

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Artioli 1990 - Papa
Artioli 1993: Billy wilder
Artioli 2003: Corsera Bush Saddam
Artioli 1965 - pubblicità
Artioli 1970 - pubblicità
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La qualità

Oggi le calzature Artioli sono ai piedi di alcune tra le più importanti personalità del mondo: leader politici, uomini di finanza. «Chi cerca il meglio in assoluto, per le scarpe sceglie Artioli. Non tutti, certo. Non sarebbe realistico. Ma una parte sì», spiega con orgoglio Andrea Artioli, che sostiene come oggi la tecnologia, in questo settore, abbia largamente superato la mano dell’uomo, ma che per le loro calzature la mano dell’uomo è ancora fondamentale.

Quelli che escono da Tradate sono prodotti costruiti artigianalmente ma, come e più che in passato, la tradizione non frena l’innovazione. Anzi, ogni stagione vengono creati dai 200 ai 250 modelli nuovi, cifre incredibili se si pensa alla qualità di ciascuno. «Ma è così che dev’essere», spiega Artioli. «Noi siamo attori globali, i nostri clienti sono molto esigenti e hanno gusti e stili di vita molto differenti tra loro. Ogni mercato ha le sue peculiarità e noi dobbiamo tenerne conto».

Poi c’è la comodità, e in questo caso sono la tecnologia e la ricerca a fare la parte del leone.

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Il futuro

Con la morte del fondatore, Severino, nel 2004, oggi l’azienda è in mano a Vito e Andrea, ma c’è la quarta generazione di Artioli che si sta preparando a un ruolo chiave nella società.

«Mio figlio Alberto ha cominciato a collaborare», racconta Andrea, «Lui ha studiato design e ora si occupa delle sviluppo delle sneaker. Sta cominciando ad apprendere tutte quelle che sono le fasi di lavorazione, una ad una, e questo lo aiuterà sempre di più a sviluppare prodotti nuovi. Ma ha già la stoffa, è evidente. E quella delle sneaker è una fetta di mercato sulla quale stiamo puntando e punteremo ancora moltissimo».

ANDREA ARTIOLI (1969) con ALBERTO ARTIOLI (1999)
 

L’azienda ha sviluppato l’e-commerce cinque anni fa e la pandemia ne ha favorito la crescita; oggi è il negozio Artioli che vende di più al mondo e consente di soddisfare le richieste del cliente, oltre a fornire un servizio al dettagliante quando ha necessità immediata di prodotti.

 Sul fronte della sostenibilità, Andrea Artioli parla dei recenti sviluppi: “Ci siamo concentrati per rendere le calzature più sostenibili, selezionando procedimenti di concia ecologica che rendono i pellami maggiormente biodegradabili e con servizi come le risuolature e la rigenerazione della tomaia e una formula di ritiro dell’usato per il prossimo futuro: un vantaggio per i clienti nei loro nuovi acquisti, con la prospettiva di rigenerare le scarpe e donarle a una parte del mondo che economicamente non potrebbe permettersi il nostro prodotto. L’etica morale di contribuire nella società con un servizio che mette a disposizione le nostre competenze in modo altruistico per il bene comune”. 

 Un altro tema caro all’azienda è quello dei giovani. Per formare giovani leve è stata infatti creata all’interno del calzaturificio una piccola Academy, richiamando al lavoro, per mezza giornata, degli artigiani in pensione, per insegnare la loro arte. “I più adatti sembrano essere gli studenti diplomati al liceo artistico – spiega Artioli – che hanno già le basi per diventare degli artisti artigiani. In questo modo, contiamo di aumentare poco alla volta la nostra produzione”.

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Andrea Artioli
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