

Brunate festeggia 100 anni e guarda al futuro
Dalle origini nel 1926 con la produzione di scarpe da bambino alle calzature da donna indossate dalle Regine di mezza Europa: una storia esemplare, quella di Brunate, che ha attraversato un secolo di cambiamenti, dall’economia al gusto, ma sempre con la produzione radicata nel made in Italy. La mostra “Mani, cuore, stile”: un secolo di passione e saper fare artigianale, allestita a MICAM di febbraio, racconta le tappe dello sviluppo dell’azienda attraverso scarpe d’epoca, attrezzi di lavoro e ricordi d’archivio. L’anniversario culmina con la capsule Centenario che reinterpreta alcuni modelli storici, fondendo memoria e innovazione. Ripercorre con noi i “primi” 100 anni il ceo Andrea Galli che, insieme a Sara Galli, Simona Galli e altri due cugini, tutti appartenenti alla terza generazione, guida l’azienda di Lomazzo.

Come mai Brunate ha esordito nelle calzature da bambino?
Le famiglie dei fondatori Vittorio Galli e Giovanni Volonté avevano rispettivamente 5 e 7 figli, quindi avevano il bambino nel cuore, e poi negli anni Venti c’era una grande attenzione a come i bambini dovevano uscire di casa per andare a scuola o alla domenica in chiesa. Sempre precisi e ordinati, dunque ben vestiti e ben calzati. Così è nata la nostra storia, con l’immagine del gatto con gli stivali presente sulla scatola e portata avanti fino agli anni Ottanta. Una lunga storia, a volte complessa, a volte drammatica, a volte felice.
Perché non avete proseguito con le scarpe da bambino e quando siete passati alla calzatura da donna?
Era arrivato il momento in cui le famiglie hanno ritenuto che il bambino non dovesse più indossare le calzature tradizionali in cuoio per passare alle scarpe da tennis. L’azienda per reagire a questa situazione ha provato anche a delocalizzare per alcune stagioni in Corea del Sud, che negli anni ‘70/80 era un paese emergente dove molti imprenditori si erano rivolti prima di arrivare in Cina. Brunate aveva provato a fare scarpe con tomaia in tessuto tecnico e suola in gomma, sempre per bambini, ma poi aveva deciso di abbandonare questo segmento e dedicarsi alla donna. C’è una foto storica che testimonia questo passaggio: un bambino che calza la mamma con una scarpa da donna.
Anche un’altra vostra pubblicità era diventata famosa?
Si, per la calzatura da bambino, quando eravamo leader in Italia: in una immagine degli anni ’70 compariva lo slogan “Mamma, i miei piedi sono nelle tue mani”.
Dal bambino alla donna, ma sempre con gli stessi valori.
Il focus è da sempre sulla calzata. A maggior ragione oggi che la donna si muove in continuazione, sta in piedi tutta la giornata e quindi deve stare comoda. La portabilità guida la quotidianità delle nostre collezioni. Un valore che ci è riconosciuto anche da donne importanti. Ad esempio, la Regina di Svezia alla recente premiazione dei Nobel calzava un nostro modello. Ma anche le Regine di Danimarca, Olanda, Belgio. Quando Paola di Liegi era ancora Regina, era stata da noi in azienda per una visita privata. Anche senza fare pubblicità siamo arrivati a certi piedi blasonati.
La vostra azienda non è collocata in un distretto, manca quindi un legame con il territorio?
Fino agli anni 70/80 nella zona c’erano 14 calzaturifici e quindi si poteva parlare di un piccolo polo calzaturiero, trovandoci noi a cavallo fra le province di Milano, Como, Varese. Il primo presidente di Assocalzaturifici era proprio di questa zona, Marco Trolli del Calzaturificio di Varese che aveva 500/600 dipendenti e 100 negozi in Italia. Adesso però siamo rimasti soli, ma dall’esterno siamo visti come un punto di riferimento, perché capita che ci portino via il personale.
Cosa fate per attrarre nuovo personale, ma soprattutto i giovani?
Formiamo noi le persone internamente, soprattutto se sono giovani che credono in questo lavoro. Una sorta di Academy, non ufficiale, è ‘il lavoro sul campo’, il lavoro di tutti i giorni in fabbrica.
Quello della formazione è un problema?
Se nel settore ci si ruba a vicenda il personale, vuol dire che il problema esiste, come in ogni manifattura che si rispetti. Ci sono necessità in tutte le fasi della produzione. Il nodo cruciale è che ci sono sempre meno persone che vogliono dedicarsi ai lavori manuali, e pensare che ci sarebbero competenze che valgono oro! Oggi la fabbrica non è più quella di 50 anni fa, dove si usavano prodotti nocivi (siamo stati i primi in collaborazione con i fornitori ad introdurre i collanti a base acquosa), quindi l’ambiente e più salubre e pulito e comunque si lavora a un prodotto creativo di qualità, di nicchia, e non a una produzione di massa. Un buon motivo per essere attrattivi per i giovani.
Sentite la necessità di giovani con nuove competenze, ad esempio nell’intelligenza arificiale?
Al momento è ancora un discorso embrionale. Vedremo gli sviluppi. Alla fine, però, anche il lavoro creativo ha bisogno della sensibilità umana. L’IA magari è un aiuto, ma l’imput, che ti fa accendere la lampadina, deve venire da un cervello.
Un altro argomento importante è la sostenibilità.
È importantissima, ma c’è un argomento che non è tenuto nella dovuta considerazione: noi calzaturieri che facciamo scarpe in pelle, usiamo uno scarto della lavorazione alimentare e quindi siamo già sostenibili. E questo è un esempio di economia circolare. Anche un prodotto, come il nostro, che va oltre la moda e dura nel tempo, perché essendo ben fatto non si rompe facilmente, rientra in un discorso di sostenibilità, contrastando il fast fashion.
In un momento di strapotere della sneaker, che voi non producete, come avete affrontato questi cambiamenti di costume?
Produciamo una scarpa allacciata, quella che i francesi chiamano “lacets sport”, simile a un modello sportivo, senza essere una sneaker vera e propria. Certo, il nostro bacino d’utenza ha subito una contrazione, quindi abbiamo dovuto ampliare i mercati per produrre le stesse quantità. Oggi siamo una multinazionale tascabile, vendiamo in Sud America, in Australia, in Cina. Per fortuna, si sta tornando ad apprezzare la calzatura tradizionale e noi siamo pronti a intercettare questo ritorno.
Questa mostra in fiera è l’inizio di una serie di festeggiamenti?
Ci sarà un susseguirsi di iniziative che culmineranno a settembre dove faremo un evento a Milano per i clienti e altri per chi lavora con noi e per le scuole del territorio.

Anche la capsule fa parte di questo anniversario.
Abbiamo rivisitato con materiali nuovi alcuni modelli degli archivi, soffermandoci sugli anni ‘90 e 2000. Scarpe riconoscibili che sono state nostri pezzi forti e che oggi abbiamo interpretato con un materiale chiamato B-Day, un camoscio con applicata una rete stampata in digitale che conferisce un effetto tessuto.
Per una ipotetica mostra di altri 100 anni, quale modello sceglierebbe?
Il modello che spiega meglio la nostra storia è in una bacheca nella mostra allestita in fiera. E’ quello d’esordio dell’azienda, la scarpa da bambino con i due occhi, che è stata una nostra invenzione copiata da tanti e che abbiamo rivisitato per la donna durante la pandemia.
Da quanti anni siete presenti a MICAM?
Siamo orgogliosi di esserci sempre stati. 101 edizioni quindi. Addirittura l’azienda era presente alla Fiera Campionaria di Vigevano. Per noi MICAM è innanzitutto “casa”, è la nostra seconda casa. Qui incontriamo gran parte della clientela mondiale e rimane un evento imprescindibile. Noi crediamo nell’importanza di fare sistema e al mondo non c’è altra manifestazione come questa. Quindi bisogna darsi da fare per cercare di preservarla, di migliorarla e traghettarla verso il futuro.







