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Sostenibilità senza mezzi termini

 

Corporate Sustainability Reporting Directive: come le grandi aziende e le PMI quotate in borsa rendiconteranno la loro sostenibilità

Chi lavora in un’azienda lo sa bene: il tema della sostenibilità dei processi e degli impatti ambientali sta diventando sempre più preponderante in ogni settore. Da poco più di un anno, poi – precisamente dal 5 gennaio 2023 – è entrata in vigore ufficialmente la “Corporate Sustainability Reporting Directive – CSRD”, che sostituisce la precedente “Non Financial Reporting Directive – NFRD”, concernente l’obbligo di comunicazione di informazioni di carattere non finanziario per le imprese di grandi dimensioni.

Di questa direttiva in particolare si è parlato a MicamX, l’innovation hub di MICAM Milano, grazie agli interventi di Afra Casiraghi e Lucrezia Guidarelli, rispettivamente partner e senior associate dello studio legale Bird and Bird.

«Ci piace pensare che l’idea di sostenibilità si possa relazionare in generale a quella di trasformazione», ha esordito la Casiraghi, anche se «ci rendiamo contro che c’è molta confusione dal punto di vista legale intorno al tema».

I legislatori, «in modo intelligente, hanno chiesto alle aziende di fare reporting basandosi su precisi parametri, prendendo in considerazione gli impatti delle loro attività: ora, rispetto al passato, questi standard sono ancora più rigidi e obbligatori».

Si pone però un problema: le aziende presenti in Italia, ma che hanno il loro headquarter al di fuori dell’Unione europea, sono molto insoddisfatte per essere impattate da una direttiva che funziona a livello europeo. Alcune non hanno problemi a fornire tutta la rendicontazione, altre vogliono dare solo le informazioni necessarie, altre ancora sono molto dubbiose nel recepire la normativa».

L’adempimento, però, è imminente: le prime aziende dovranno presentare il loro report in linea con la CSRD il 1° gennaio 2025, per l’esercizio finanziario 2024: si tratta delle aziende attualmente investite dell’obbligo della dichiarazione non finanziaria.

Appena recepita la normativa, «nessuno sapeva quali informazioni pubblicare e quando, non c’era chiarezza», ha spiegato Lucrezia Guidarelli, «così l’anno scorso abbiamo iniziato a investigare sulla situazione, a cercare di capire quale fosse la misura di questo tipo di obblighi, scoprendo che venivano coperti tutti i modelli di business: si tratta di una documentazione ingente, 284 pagine che coprono qualsiasi attività di un’azienda».

E non si tratta di problemi che riguardano solo le S.p.A., ma sempre più aziende dovranno fare questa reportistica, tra cui le PMI.

Quando l’azienda farà il suo report, dovrà seguire due principi: «Il primo è la doppia materialità, ovvero come la sostenibilità influisce sull’azienda e come l’azienda ha impatto sulla sostenibilità. Per fare luce su questo punto, abbiamo chiesto chiarimenti all’Unione Europea». Poi c’è la catena di valore: la sostenibilità, infatti, è collegata alla value chain. «Quindi il report dovrà essere basato non solo su cosa fa l’azienda, ma su tutta la catena di valore, condividendo poi le informazioni con gli stakeholder. Anche in questo caso stiamo aspettando linee guida più complete dalla commissione europea».

 

Come studio legale, «noi aiutiamo le aziende a capire quali standard sono davvero necessari: ogni tre mesi le autorità rispondono a una serie di nostre domande, che ci aiuteranno a capire quale dovrà essere l’estensione del loro report. Tutte queste informazioni, infatti, dovranno essere ben comprese prima del “fatidico” clicking day».