

Dal racconto alla pratica. La sostenibilità entra in produzione
La sostenibilità nel footwear vale oggi circa il 9-10% di un mercato globale da 425 miliardi di dollari. Una quota ancora contenuta, ma in crescita fino al 15-17% secondo le proiezioni più recenti. Il dato, citato in apertura del panel del 23 febbraio a MICAM Milano, non è solo una statistica: è il punto di partenza di una conversazione che ha messo a confronto ricerca, impresa e design su un tema sempre più urgente — e sempre meno teorico.

Gabriele Tempesta, Ricercatore in Design per la Sostenibilità e Responsabile Operativo di LeNSlab POLIMI (Politecnico di Milano), ha subito fatto chiarezza su un equivoco lessicale diffuso: sostenibilità e circolarità non sono sinonimi. La circolarità riguarda i cicli di vita dei materiali — tecnocicli e biocicli — mentre la sostenibilità è un concetto più ampio, che include la riduzione dei materiali impiegati, il consumo energetico e la minimizzazione della tossicità. «Un prodotto progettato in modo sostenibile», ha spiegato Tempesta, «è quello su cui si è lavorato su tutte queste strategie, non solo su una». Ha poi introdotto il metodo LCA — valutazione del ciclo di vita — come strumento comparativo indispensabile, ricordando che l’impatto ambientale non si misura solo con la carbon footprint: l’Environmental Footprint dell’Unione Europea comprende già 16 indicatori, con un diciassettesimo in arrivo dedicato alle microplastiche.
Sul fronte aziendale, Tiziano Giordano, Responsabile Sostenibilità e CSR di Scarpa, ha portato l’esperienza concreta del progetto Life Re-shoes, sviluppato in 40 mesi (ne abbiamo già parlato qui). L’obiettivo: sottrarre le calzature a fine vita dalla discarica e rigenerarne i materiali per produrre nuove scarpe. Il processo si avvale dell’idrolisi — le scarpe vengono immerse in acqua a 70 gradi per 7-8 ore, ottenendo un filler proteico riutilizzabile per una nuova concia senza cromo — mentre suole e tomaie vengono macinate e reintrodotte nella produzione. «Da una calzatura a fine vita ne produciamo tre», ha detto Giordano. Un rapporto che non è magia, ma ingegneria applicata alla sostenibilità.
Tiziano Guardini, designer, ha spostato il focus sul ruolo creativo in questo processo, richiamando l’idea di un riallineamento alla natura come fondamento progettuale. Per Guardini, pensare sostenibile non è un vincolo ma un’evoluzione del pensiero: «Nella natura non esiste il concetto di scarto, né di perdita di valore». Il designer si inserisce così in una filiera che cambia linguaggio, dove la creatività diventa strumento di coerenza sistemica e non solo di forma.
Giovedì prossimo approfondiremo le strategie di ecodesign illustrate da Gabriele Tempesta: dalla valutazione del ciclo di vita ai modelli di prodotto come servizio, fino agli scenari aperti dalla nuova normativa europea.

