

Dallo scarto alimentare alla suola
Milano Design Week 2026, Galleria Rossana Orlandi. Fra i progetti presentati al Fuorisalone c’è The Door, l’installazione firmata da Patricia Urquiola realizzata con la tecnologia Cimento®. Il dettaglio che merita un approfondimento si trova nella scheda tecnica dei materiali: parte di quei pannelli decorativi nasce da nocciolini d’oliva, gusci d’uovo, residui di girasole e conchiglie marine. Scarti agroindustriali ingegnerizzati in un laboratorio di Faenza.
Quella realtà si chiama AgroMateriae. È nata nel 2020 dopo tre anni di ricerca nei laboratori dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ha depositato nel 2019 il brevetto del proprio processo, ha vinto nel dicembre 2020 il Premio Nazionale per l’Innovazione ed è entrata nel 2022 nel Tampieri Financial Group di Faenza.
Nel 2023 ha avviato l’impianto pilota; oggi produce su scala industriale biofiller — additivi di origine biologica per gomma, plastica e coatings — con una capacità di 3-5 kton/anno. Nel 2024 ha ricevuto a Ecomondo il Premio Lorenzo Cagnoni.
I numeri raccontano una traiettoria che il comparto calzaturiero dovrebbe iniziare a leggere con attenzione. I biofiller AgroMateriae sono composti per il 96-100% da contenuto rinnovabile totale secondo la norma EN 16848 e per il 98-100% da carbonio rinnovabile C14 secondo la norma EN 16640. Rispettano i requisiti per il compostaggio industriale (EN 13432) e per la biodegradabilità nel suolo (EN 17033). Sono certificati da Bureau Veritas in conformità al disciplinare ReMade vers. 2.0_2023 e rispondono ai Criteri Ambientali Minimi. La carbon footprint è in corso di certificazione secondo ISO 14067, con valori attesi inferiori a quelli dei filler minerali o petrolchimici convenzionali.
L’applicazione al footwear è diretta. Questi ingredienti 100% bio-based diventano componenti per suole in gomma e plastica a basso impatto, integrandosi nelle filiere produttive esistenti senza imporre la riprogettazione del prodotto. Un punto cruciale per i distretti italiani: l’innovazione si innesta su processi industriali consolidati e fornisce certificazioni di terza parte già pronte per i requisiti normativi che si stanno consolidando in Europa — ESPR, Digital Product Passport, EPR tessile.
Resta una zona di attrito che vale la pena nominare. Le startup come AgroMateriae offrono ingredienti tracciati e misurabili; i distretti calzaturieri italiani dispongono di know-how artigianale e capacità di filiera. Il dialogo strutturato fra chi produce biofiller e chi disegna suole, però, è ancora episodico. Eppure, proprio in questo incrocio si gioca una parte della sostenibilità del comparto nei prossimi cinque anni. Una suola costruita con nocciolini d’oliva e gusci d’uovo macinati è oggi una scelta industriale documentabile, certificata e replicabile.
Giovedì prossimo approfondiremo il mondo dei prodotti di seconda mano. È possibile migliorare e rendere profittevole un commercio in grande crescita come quello dell’usato?

