

Il futuro della manifattura è ibrido
Se la prima sfida del settore calzaturiero è conoscere il proprio consumatore (come abbiamo visto la scorsa settimana), la seconda è altrettanto strutturale: ripensare il modo in cui la scarpa viene progettata e prodotta. Sul palco di MICAM Next — durante la fiera di febbraio di MICAM Milano, nel panel “Calzature Next-Level” organizzato con Wired — Nicoline van Enter, footwear technology forecaster e fondatrice di Footwearology, ha indicato un possibile percorso: dalla complessità alla modularità, dalla costruzione monolitica alla separazione intelligente delle funzioni.

Il Digital Product Passport cambia le regole
Il punto di partenza è normativo, ma le implicazioni sono industriali. L’imminente introduzione del Digital Product Passport — l’obbligo europeo di documentare tutti i materiali e i componenti di ogni prodotto — colpirà in modo particolare un settore abituato a scarpe fatte da cinquanta, sessanta componenti diverse. «Una parte enorme di quei dati non è nemmeno disponibile», avverte van Enter. La risposta corretta a tale sfida, allora, potrebbe non essere una corsa alla documentazione, ma un ripensamento strutturale del prodotto: «Vedremo una drastica semplificazione di come il prodotto viene realizzato. Meno parti, meno materiali diversi, più automazione, design per il disassemblaggio».
È una trasformazione che van Enter considera, in fondo, una buona notizia. Da anni sostiene un principio che l’industria ha faticato ad adottare: separare la struttura della scarpa — fit, comfort, performance — dalla sua estetica — colore, texture, silhouette. «Se ho la gomma a terra della mia auto, nessuno si aspetta che io butti via l’auto. Perché non pensiamo alla calzatura nello stesso modo?». Una scarpa modulare, con un interno costruito sui dati biometrici del piede e un esterno intercambiabile basato sulle preferenze estetiche, permetterebbe di allungare il ciclo di vita del prodotto e ridurre drasticamente gli sprechi.
Produzione ibrida e gestione del rischio colore
La modularità non riguarda solo il prodotto finito, ma anche la catena di fornitura. Van Enter introduce il concetto di manifattura ibrida: anziché immaginare un impossibile rimpatrio totale della produzione dall’Asia all’Europa, propone una divisione intelligente dei processi. Le componenti si producono in Asia su larga scala; il finissaggio — in particolare la colorazione — si completa in Europa, vicino al mercato di riferimento e sbocco. «Il colore di un prodotto moda è uno dei rischi più grandi che affronta chi deve definire una collezione», spiega. Il percorso dal pigmento al filato, dal filato al tessuto, dal tessuto alla tomaia richiede anni. Avere la possibilità di applicare il colore finale quasi come una finitura cosmetica, a processo quasi ultimato, ridurrebbe il rischio di sbagliare tonalità e il volume di scarpe invendute da smaltire. Un’infrastruttura manifatturiera di questo tipo, oggi, ancora non esiste. Ma van Enter la indica come una delle priorità su cui il settore dovrà investire.
L’IA che sfida e non solo genera
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, van Enter è esplicita nel correggere una deriva che osserva con crescente preoccupazione: l’uso dell’IA ridotto alla generazione di immagini. «È la cosa più semplice che si possa fare con una IA, ma non ci avvicina minimamente alla soluzione di molte delle attuali sfide. Porta solo più prodotti mediocri sul mercato, senza una vera comprensione dei dati». La sua proposta è ben diversa: usare gli LLM per criticare un progetto, non per illustrarlo. Durante un recente workshop in India, ha fatto analizzare un brief di design da cinque IA diverse, chiedendo a ciascuna di smontarlo e contestarlo. Il risultato, in cinque giorni, è stato una collezione completamente trasformata e migliorata in modo radicale. «Il management era stupito: erano venuti per portare un progetto alla fase di prototipazione e invece si sono ritrovati con dieci idee nuove che non avevano mai considerato».
La direzione che van Enter indica non è quella di chi subisce la tecnologia, ma di chi la usa per vedere oltre i propri limiti. «Invece di chiedersi come l’IA può velocizzare il flusso di lavoro attuale, bisogna chiedersi come può migliorarlo in modi che non avremmo mai immaginato possibili. Questo passaggio, il più delle volte, non viene fatto».
Si continua a parlare di “Calzature Next-Level” anche settimana prossima grazie agli interventi di Jaana Jätyri, fondatrice e AD di Trendstop.

