

La pagella della sostenibilità europea è in rosso, ma la filiera si muove
Davos, 20 gennaio 2026. Mark Carney, primo ministro canadese, parla del mondo che verrà: «Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile, meno sostenibile». Frase breve e veloce, eppure si pianta come un chiodo nel verbale dell’incontro economico più sorvegliato del pianeta.
Sembra dargli ragione lo studio Europe Sustainable Development Report 2026, settima edizione curata dall’SDSN che misura quanto i paesi europei stiano avanzando sui 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030.
Nessun paese europeo ha raggiunto pienamente o è sulla buona strada per raggiungere tutti i 17 goals. Finlandia, Svezia e Danimarca guidano la classifica; Norvegia, Islanda e Finlandia dominano l’indice LNOB sull’inclusione sociale. L’Italia si colloca diciassettesima, con un punteggio di 72,1 — appena sopra la media UE di 72,4, ma con segnali rossi su agricoltura sostenibile, biodiversità, consumo responsabile e azione climatica. I paesi candidati all’adesione restano indietro di oltre 11 punti.
Il dato che colpisce di più, però, non è nella classifica. È una sparizione. Dal 2025 i riferimenti agli SDGs sono scomparsi dai programmi di lavoro della Commissione europea. Le linee guida politiche della seconda Commissione von der Leyen non li nominano. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2025, le menzioni di obiettivi sociali e ambientali sono crollate ai livelli della Commissione Juncker. Le parole se ne vanno prima dei fatti.
Il rapporto registra anche che la fiducia dei cittadini nei governi è in caduta libera — in Francia, Germania e Regno Unito sotto il 40% — e che l’aiuto pubblico allo sviluppo sostenibile è diminuito nel 2025 in quasi tutta Europa. Solo Norvegia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca rispettano l’obiettivo dello 0,7% del reddito nazionale lordo.
C’è poi la geografia nascosta delle emissioni. Oltre il 40% dei gas serra dell’Unione viene generato altrove, lungo catene di fornitura che attraversano continenti. Decarbonizzare l’energia domestica senza ripulire le filiere assomiglia molto a un’illusione contabile.

Veniamo a noi. Il settore calzaturiero italiano vive da anni una stagione complessa — costi energetici, pressione asiatica, rallentamento dei consumi nei mercati maturi, tensioni geopolitiche che riscrivono le rotte logistiche. Eppure, è proprio in questo decennio che le imprese hanno scelto di investire sulla sostenibilità: tracciabilità delle pelli, recupero degli sfridi, materiali bio-based, certificazioni di filiera, riduzione del consumo idrico. Non sempre con la stessa intensità. Non senza contraddizioni. Ma il movimento c’è, ed è strutturale.
Mentre i bilanci si comprimono, gli investimenti su tracciabilità ed economia circolare crescono. È il paradosso di un comparto che fa della sostenibilità non un costo accessorio, ma una condizione di accesso al mercato. Giovanna Ceolini, presidente di Assocalzaturifici, ne ha fatto la chiave di lettura del 2026: un anno “in cui dovremo essere bravi a resistere, a innovare e, soprattutto, a proteggere la nostra filiera”. La richiesta alle istituzioni è esplicita: non solo ammortizzatori sociali, ma politiche industriali mirate che favoriscano il passaggio generazionale e gli investimenti in digitalizzazione e sostenibilità.
Il rapporto SDSN mette in luce una stranezza: mentre la politica europea diluisce il Green Deal in nome della competitività, molte aziende che stanno costruendo competitività lo fanno proprio dentro al perimetro della sostenibilità. Scelte industriali di chi guarda al 2030 e oltre.
Giovedì prossimo parleremo del regolamento UE sull’invenduto che entrerà in vigore a partire da luglio 2026.

