

L’invenduto non si butta più. Dal 19 luglio in Europa bisogna cambiare
Il 4 maggio scorso, la Commissione europea ha reso noto di voler escludere il cuoio e il pellame dall’EUDR — il Regolamento sulla Deforestazione che da dicembre imporrà ai grandi operatori di certificare che le materie prime non provengano da aree disboscate dopo il 2020. Per molti calzaturieri, è stata una buona notizia. Una deroga. Una boccata d’ossigeno.
Ma il 2026 rimane un anno di scadenze significative.
Il 19 luglio 2026 entra in vigore l’articolo 25 dell’ESPR — Ecodesign for Sustainable Products Regulation: da quel giorno, le grandi imprese non potranno più distruggere abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Non è una raccomandazione. È un divieto. Con obbligo di rendicontazione annuale in formato standardizzato fissato dalla Commissione: volumi, pesi, motivazioni, trattamento finale di ogni prodotto eliminato.
Per “grandi imprese” il regolamento europeo intende quelle con più di 250 dipendenti, fatturato superiore a 50 milioni di euro o totale di bilancio oltre i 43 milioni. Le medie imprese dovranno adeguarsi a partire dal 2030. Le microimprese e le piccole imprese sono esentate. Il perimetro è preciso, non piccolo: coinvolge buona parte dei brand internazionali strutturati e molti dei gruppi italiani con distribuzione retail globale.
Distruggere lo stock invenduto era, fino a ieri, una pratica ‘razionale’. Proteggeva il valore del marchio, evitava prezzi da liquidazione, impediva che prodotti fuori stagione circolassero nei canali sbagliati. Ora quella logica si inceppa, e le aziende hanno sessanta giorni per trovare soluzioni diverse.
Le alternative esistono: la reverse logistics per raccogliere e redistribuire lo stock, le piattaforme di rivendita B2B come canali wholesale di secondo livello, le donazioni a enti del terzo settore con accordi che garantiscano tracciabilità del destino finale. Nessuna di queste si improvvisa. Tutte richiedono infrastruttura, contratti, processi. Chi non li ha già avviati, è in ritardo.
C’è un elemento che allarga ulteriormente il perimetro: l’obbligo di prevenzione — cioè l’impegno attivo a ridurre la necessità stessa di eliminare lo stock — si applica a tutti gli operatori economici, indipendentemente dalle dimensioni. Non solo ai grandi. Questo significa rivedere la pianificazione della produzione, la gestione degli ordini, la relazione con i buyer.
Da anni si parla dell’importanza della raccolta dei dati e della loro analisi. Ora si cominciano a toccare con mano i casi specifici in cui questi dati diventano essenziali per mettere a terra gestioni di produzione flessibili e accurate. Un grande impegno, non facile da affrontare nell’attuale congiuntura economica, che potrebbe rivelarsi sulla distanza, un’occasione di risparmio per i bilanci aziendali e un beneficio per l’ambiente.
Giovedì prossimo approfondiremo il tema della Responsabilità Estesa del Produttore: il meccanismo europeo che ridefinisce chi paga — e quanto — per il fine vita dei prodotti di moda.

