

Mile: un museo interattivo per immergersi nel mondo della pelle
Per custodire la memoria dell’industria della pelle e di un prodotto che è simbolo di economia circolare e capacità di innovazione, ad Arzignano è nato Mile (Museum of Interactive Leather Experience), il primo museo dedicato alla filiera della pelle. Qui, installazioni multimediali, video mapping e ambienti esperienziali raccontano come la pelle continua a evolversi rimanendo però un materiale di per sé sostenibile ed eco friendly.
La pelle nasce da un processo naturale alimentato dal sole: l’energia solare nutre le piante, gli animali si cibano di vegetali, e da questo equilibrio prende vita un sottoprodotto che l’uomo trasforma in materiale nobile. È bioeconomia rigenerativa: risorse che si rinnovano spontaneamente, senza sprechi. I processi di concia la trasformano in materiali creativi, adatti a tutti i settori della moda.

Il Mile ha fatto da sfondo il 14 maggio scorso a un incontro di ICEC (Istituto di Certificazione della Qualità per l’Industria Conciaria), presieduto da Giovanna Ceolini (presidente di Assocalzaturifici e Confindustria Accessori Moda) durante il quale si è parlato di “Certificazione Volontaria: come dovrà evolvere per restare un effettivo vantaggio competitivo riconosciuto dal mercato?”. Un argomento di grande attualità in un panorama normativo in rapida evoluzione dove si sovrappongono richieste di qualifica, si moltiplicano le iniziative di certificazione e sono sempre più stringenti le necessità di compliance. La certificazione volontaria può essere quindi un vantaggio competitivo riconosciuto dal mercato, ma ci sono anche le certificazioni che i grandi gruppi del lusso richiedono ai loro fornitori lungo tutta la filiera.
Durante l’incontro si è parlato delle varie normative UE alle quali le imprese della filiera pelle si devono, volontariamente o meno, adeguare e tra queste le direttive sulla sostenibilità: il Regolamento UE sulla deforestazione, che influisce sulla tracciabilità della filiera; la Direttiva sulla due diligence di sostenibilità, che impone alle grandi imprese di identificare, prevenire, mitigare e gestire gli impatti negativi su diritti umani e ambiente lungo tutta la catena del valore; il regolamento REACH che disciplina la gestione delle sostanze chimiche; l’ESPR e Passaporto Digitale di Prodotto, che introduce requisiti di sostenibilità, tracciabilità e trasparenza con piena applicazione a partire dal 2027; la Direttiva sul reporting di sostenibilità (CSRD) con gli obblighi di rendicontazione e richiesta di dati affidabili su risorse e supply chain; la direttiva emissioni industriali e BAT, che definiscono norme vincolanti per l’autorizzazione e il controllo delle emissioni industriali.
Un quadro normativo già di per sé complesso al quale si aggiungono i requisiti di compliance richiesti dai grandi brand agli attori delle loro filiere che richiedono altre forme di certificazione spesso rilasciate da soggetti che non hanno le caratteristiche di veri e propri enti normatori. Un carico di lavoro per le imprese che richiede un investimento di tempo e risorse che rischia di distoglierle dalle loro attività primarie. Ne esce uno scenario di complessità che richiederà chiarezza di contenuti nelle varie norme, armonizzazione tra le stesse e, anche in questo caso, di fare sistema tra tutti gli attori della filiera.

