

Riciclare le scarpe è possibile
Quaranta mesi di lavoro, 250 punti di raccolta in quattro Paesi europei, tre tecnologie di riciclo differenti e un obiettivo preciso: produrre 15.000 paia di calzature recuperando materiali da scarpe a fine vita. Il progetto Life Re-Shoes di Scarpa (ne abbiamo parlato anche in questo articolo), presentato il 23 febbraio 2026 durante il panel “Dal Green alla Strategia: ripensare la produzione calzaturiera” a MICAM Next, è uno degli esempi più concreti e documentati di economia circolare applicata al settore calzaturiero italiano.

Tiziano Giordano, Responsabile Sostenibilità e CSR di Scarpa, ha raccontato al pubblico di MICAM Milano come il progetto abbia affrontato la sfida tecnica di disaggregare un prodotto pensato, per sua natura, per restare compatto. «Le scarpe sono note per essere complicate da riciclare perché sono prodotte da materiali differenti che sono stati studiati per rimanere assieme», ha spiegato Giordano.
La soluzione è arrivata dall’idrolisi: le calzature vengono immerse in lavatrici con acqua a 70 gradi per 7-8 ore, fino a separare la pelle — che diventa un filler riutilizzabile per la seconda concia, senza cromo — dalla suola e dalle altre parti della tomaia. La prima viene macinata e reimpiegata per produrre la nuova intersuola; la seconda contribuisce, insieme ad altri materiali a basso impatto ambientale, alla costruzione del nuovo prodotto. Il rapporto non è uno a uno: da una calzatura a fine vita, il progetto ne restituisce mediamente tre.
La complessità, però, non è stata solo tecnologica. La raccolta delle scarpe usate si è rivelata inaspettatamente difficile. «Mi aspettavo che mettendo in piedi 250 punti di raccolta in Europa arrivassero anche troppe calzature», ha ammesso Giordano. La realtà è stata diversa: nonostante incentivi per chi restituiva le scarpe, il volume raccolto non è bastato e il team ha dovuto attingere agli scarti del proprio processo di produzione. A questa difficoltà si è aggiunto un iter autorizzativo che ha rischiato più volte di bloccare l’intero progetto. Le calzature a fine vita sono classificate come rifiuto e richiedono autorizzazioni specifiche per ogni fase di ulteriore trasformazione: raccolta, separazione dei materiali, riciclo dei semilavorati. «Ci siamo trovati ad attendere autorizzazioni che non sapevamo se sarebbero arrivate…», ha detto Giordano.

Sul fronte normativo, il Regolamento sull’Ecodesign europeo resta al centro del dibattito. Giordano ne condivide gli obiettivi, ma segnala che l’interpretazione pratica è ancora nebulosa per le imprese: «Si parla talvolta a livelli molto alto e non si riesce a capire concretamente come dobbiamo prepararci». Concetti come durabilità, riciclabilità e composizione dei materiali restano privi di metodologie chiare e condivise. Tanto che Scarpa sta lavorando insieme ad alcuni concorrenti per definire standard comuni di misurazione della durabilità per i prodotti outdoor — perché l’incertezza, per una volta, ha favorito la collaborazione tra competitor.
Re-Shoes non è solo un progetto pilota: è la dimostrazione che la filiera calzaturiera può costruire sistemi di circolarità reali, a patto che la parte tecnica e quella normativa avanzino insieme. Il know-how accumulato in 40 mesi — dalla separazione dei materiali alla gestione degli iter autorizzativi — rappresenta oggi un patrimonio di intelligenza industriale che va ben oltre il prodotto finito.
Nel video: quali sono i primi risultati e le prospettive del progetto Life Re-Shoes.
Giovedì prossimo approfondiremo l’intervento del designer Tiziano Guardini, altra voce protagonista del panel di MICAM Next dedicato alla sostenibilità come strategia.

