Think Green-

Sostenibilità senza mezzi termini

 

Sostenibilità: più informazione per generare fiducia

Dopo aver fatto la settimana scorsa una carrellata dei materiali alternativi alla pelle, frutto delle ricerche più recenti, questa volta chiediamo all’esperto della pelle, Giacomo Zorzi, Executive Office Veneto di Unic Concerie Italiane, di approfondire l’argomento dal punto di vista della sua esperienza e conoscenza del settore conciario.   

Giacomo Zorzi, Executive Office Veneto di Unic Concerie Italiane
 

La sostenibilità genera confusione e green washing. Qual è l’approccio più corretto quando si parla di materiali per calzature? 

La sostenibilità genera confusione perché è un tema complesso ma che colpisce il cuore delle persone, contemporaneamente la nostra parte razionale coinvolgendo il bisogno di contribuire ad un comportamento responsabile e – soprattutto parlando di prodotti legati alla moda -, la nostra parte emozionale. L’approccio più corretto di chi produce calzature e materiali per la loro produzione (e la pelle è il materiale più utilizzato) è di perseguire un modello di impegno concreto e rivolto al miglioramento continuo in tutti gli ambiti della sostenibilità, che non si limitino solamente alla questione ambientale. Innovazione stilistica, ricerca per aumentare la circolarità, innovazioni di processo per rendere più efficiente e sicura la produzione, sforzi per essere sempre trasparenti e generare fiducia, informazione per chi produce, usa e acquista questi materiali, rigido rispetto delle norme ambientali fino anche a superarle. Sono moltissimi e diversi questi temi che ci caratterizzano profondamente, ma è indispensabile controllarli e gestirli tutti in un modello aziendale, distrettuale e nazionale che è in continua evoluzione. La pelle, per esempio, offre tutti questi spunti e molti altri ma la difficoltà principale è trasferire questi grandi valori lungo tutta la filiera, attraverso il brand fino al consumatore. Diffondere un tema così complesso è sfidante ma, ancora tornando alla pelle, gli argomenti proprio non ci mancano.

Conceria Vesta Corporation
 

La pelle è il materiale intrensicamente più sostenibile e da sempre utilizzato negli accessori. Perchè è entrata nel mirino degli ambientalisti? 

Il mondo delle concerie non è nemmeno l’ombra di ciò che era in passato, ma quello stereotipo viene erroneamente (ed in molti casi irresponsabilmente o colpevolmente) utilizzato per raccontare una storia che ormai da qualche decina di anni è scomparsa. Frequento le concerie da più di venti anni e ho visto cambiare le aziende ed i loro processi in modo profondo: solamente il dato del consumo di acqua mi lascia ancora oggi impressionato, con riduzioni che nelle aziende arrivano fino al 50% rispetto solo a dieci anni fa. Ovviamente ci sono sempre degli aspetti da migliorare, dobbiamo fare i conti con un mondo in continua evoluzione e non possiamo mai sentirci arrivati. I cambiamenti climatici hanno anche per noi un impatto importante: li stiamo affrontando con profondo senso di responsabilità ed allo stesso tempo siamo impegnati concretamente per ridurre il nostro contributo. Vi è poi un secondo elemento oltre alla storia del passato, legato alla trasformazione di un prodotto che proviene dal mondo animale: la pelle prima era viva, fino a che è diventata poi uno scarto. Gli ambientalisti (quelli poco scientifici) e gli animalisti (quelli più radicali) si soffermano alla superficie del tema a loro più caro e rifiutano di addentrarsi nel mondo dei distretti conciari e del materiale pelle: scoprirebbero un universo inaspettato e troverebbero un modello dove i principi di circolarità sono applicati fin nelle fasi più nascoste.

I nuovi materiali derivati da cactus, ananas, mele, arance, ecc., definiti come naturali, in realtà non possono essere completamente sostenibili. Perché? 

Chiariamo un elemento fondamentale: quei nuovi materiali che oggi sono molto presenti sul mercato sono quasi essenzialmente prodotti dal petrolio e solo in minima parte (in molti casi addirittura trascurabile) contengono elementi di derivazione vegetale. Li conosciamo bene, li abbiamo analizzati tutti con estremo dettaglio, rigore scientifico e poi confrontati con la vera pelle. Il risultato è severo e non lascia spazio a dubbi: non solo il loro valore ambientale è drammaticamente più basso se anche solo lo misuriamo in termini di circolarità o di contenuto ”bio-based” (98% contro fino l’1%) ma anche il loro valore strettamente merceologico è gravemente compromesso se lo misuriamo per esempio in termini di durabilità (significa che dobbiamo sostituirlo presto perché non è resistente e si danneggia, tra l’altro con fin troppo evidenti ricadute ambientali). La sostenibilità è come un gioco a carte, dove ogni giocatore mette sul tavolo le proprie e vince la mano chi ha le carte migliori: la pelle è come una scala reale servita, e gli altri giocatori restano dietro. Il consumatore ed i produttori di beni sostenibili devono saperlo: la promessa di questi nuovi materiali è ingannevole: si presentano come fossero una pelle (eco-leather, vegan-leather…) confermando anche come la parola “pelle” sia un irrinunciabile elemento attrattivo ma della pelle hanno solo l’aspetto. Loro si presentano alternative alla pelle, ma per assurdo l’unica alternativa possibile alla pelle è la pelle stessa. Non esiste un altro materiale lontanamente simile per qualità, circolarità e capacità di generare emozione.

Dove sta andando la ricerca nel campo dei materiali alternativi alla pelle?  E dove, invece, sta focalizzandosi la ricerca per quanto riguarda nuove soluzioni nei pellami? 

Ci sono delle interessanti esperienze nel mondo dei tessuti che poi vengono rifiniti in conceria con tecniche tipicamente conciarie. Sono esempi di cross-pollination unendo tessuti naturali e tecnologie conciarie per ottenere prodotti innovativi. Non si tratta di pelle, ovviamente, ma è interessante la ricerca di effetti e prestazioni attraverso processi che sono tipici della produzione conciaria. Nella pelle, invece, vi è una innovazione continua, non solo negli agenti concianti ma per esempio nella sostituzione di tutti i prodotti chimici con alternative sempre più naturali, sempre meno impattanti e più sicure per il consumatore. Uno dei driver principali è la ricerca di soluzioni che consentano al meglio possibile il recupero degli scarti e dei sottoprodotti per evitare che siano destinabili solo alla discarica ma possano essere riutilizzati in altre industrie e filiere, avvicinandosi ogni giorno di più al “rifiuto zero”. Oggi ci siamo molto vicini e se guardiamo come siamo cresciuti in questi dieci anni scopriamo una realtà stupefacente. Altro elemento a me caro riguarda, per esempio, le acque di scarico affinché i nostri depuratori, che già vantano efficienze elevatissime anche al confronto con le esperienze di altri Paesi, possano conservare ed aumentare le loro prestazioni. La scarsità di acqua che tutti stiamo vivendo ci tocca molto da vicino e noi non siamo disinteressati a chi deve depurare i nostri reflui.

Si parla di concia al vegetale e al cromo. E’ solo quella al vegetale più conforme alle regole di sostenibilità? 

I distretti conciari esistono da oltre cento anni ed in questo lungo tempo hanno accumulato una grande esperienza sui prodotti concianti. Oggi non esistono solo la concia al cromo o la concia con i tannini vegetali, ma una ampia possibilità nata soprattutto negli ultimi dieci anni. I clienti hanno fatto enormi pressioni perché noi mettessimo a punto delle soluzioni nuove, che fossero più rispettose dell’ambiente (anche se spesso questa ragione nasce da una ingiustificata demonizzazione del cromo) e che garantissero pellami migliori. Per assurdo, proprio la nostra lunga esperienza ha fatto in modo che le soluzioni più tradizionali (il cromo ed il tannino, appunto) restino anche quelle più performanti dal punto di vista della sostenibilità perché abbiamo saputo raggiungere dei livelli di efficienza così spinti da risultare alla fine difficilmente eguagliabili. Non abbiamo la stessa esperienza con le altre soluzioni, che sono solamente più recenti e non abbiamo avuto il tempo sufficiente per eguagliare le prestazioni del cromo e dei tannini. Abbiamo anche osservato che la domanda di nuove conce si è in molti casi raffreddata, anche per risultati sulla pelle finita che il cromo riesce a raggiungere.

Alcuni finissaggi (vernice, superfici particolari, ecc) richiedono l’uso di prodotti chimici. Si possono ottenere gli stessi effetti in modo diverso? 

Ogni rifinizione richiede l’uso di prodotti chimici. La rifinizione è un passaggio irrinunciabile se vogliamo proporre pelli in grado di resistere all’usura, tipica e specifica per ogni diversa destinazione d’uso. Altrimenti facciamo la fine dei materiali alternativi, che durano poco o nulla e ingrassiamo le discariche. La sfida è ridurre la quantità di prodotti chimici mantenendo le stesse prestazioni e sostituirli con nuove soluzioni più responsabili. Questo fa parte della segreta abilità del conciatore, una specie di alchimista che trasforma una pelle grezza in un materiale affascinante. La forza del conciatore italiano sul mercato mondiale dimostra che ci stiamo riuscendo.

Secondo lei, si arriverà mai a una calzatura totalmente responsabile?  

È un gioco di parole. “Totalmente responsabile” si avvicina alla perfezione, che non è roba di questo mondo e non appartiene a nessuno: ai conciatori, ai produttori di macchine, ai calzaturieri. La risposta è che la calzatura di domani sarà sicuramente più responsabile di quella di ieri, e se ogni giorno sarà così avremo vinto.

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