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22 – 24 FEBBRAIO 2026 / FIERAMILANO (RHO)

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Il made in Italy che fa cultura

 

Dallo storytelling allo storydoing: il saper fare dell’arte italiana della calzatura al centro della candidatura UNESCO

L’arte italiana della calzatura è stata candidata patrimonio immateriale UNESCO lo scorso 11 giugno a Roma presso il Salone degli Arazzi del Ministero delle Imprese e del made in Italy. Durante l’incontro, di cui abbiamo già parlato la settimana scorsa su MICAM Mag, è stato ufficializzato il Comitato Promotore presieduto da Giovanna Ceolini e composto da Museimpresa, CERCAL e Politecnico Calzaturiero. Al Comitato, in collaborazione con la Cattedra UNESCO dell’Università UnitelmaSapienza, è affidata la redazione del dossier e il coinvolgimento della più ampia rappresentanza delle comunità dei praticanti, elemento centrale della Convenzione UNESCO del 2003: imprese, territori, competenze e nuove generazioni chiamate a custodire e alimentare nel tempo questo patrimonio di conoscenze. 

Giorgio Possagno, Direttore Generale Assocalzaturifici
Giovanna Ceolini, Presidente Assocalzaturifici e Comitato Promotore

Nella prima parte avevamo raccontato gli interventi dei ministri Adolfo Urso e Giuseppe Valditara e degli altri protagonisti di questa iniziativa. Ora è la volta del panel “L’arte italiana della calzatura: cultura, memoria, identità” che vede riunito un ricco parterre di relatori: Pier Luigi Petrillo, Direttore Cattedra Unesco Università UnitelmaSapienza, Giovanna Ferragamo Gentile, Presidente Fondazione Ferragamo, Marco Novicelli, Vice Presidente Confindustria con delega alle politiche industriali e Made in Italy, Filippo La Rosa, Vice Direttore Generale per la crescita e la promozione delle esportazioni, Direttore Centrale per la promozione dell’italofonia, della cultura e dei territori (MAECI), Davide Rampello, Manager culturale e docente universitario delle arti e dei mestieri, Francesco Morace, Sociologo e Presidente di Future Concept Lab. 

Pier luigi Petrillo, che dirige l’unica cattedra universitaria riconosciuta dall’UNESCO in Italia (ce ne sono 16 in tutto il mondo), ha spiegato che il  percorso intrapreso per la candidatura rientra nell’ambito di salvaguardia non di prodotti, ma del saper fare. Nel 2003 UNESCO ha lanciato il programma che riguardava i patrimoni culturali immateriali, non riconoscimenti a luoghi fisici tangibili, ma a valori come la tradizione, la conoscenza, il saper fare che, tramandandosi di generazione in generazione, rappresentano l’identità culturale di una comunità di persone. “Da questo ragionamento – ha spiegato – è partita Assocalzaturifici per dare valore culturale identitario al prodotto. Il vantaggio di questi percorsi è acquisire consapevolezza delle maestranze, delle donne e degli uomini che tramandano questo saper fare, ma anche la volontà di comunicare cosa c’è dietro il prodotto, che non è una prerogativa solo italiana. Per quanto riguarda questo tipo di candidatura non si deve dimostrare l’unicità, anzi quanto più questo tipo di riconoscimento è condiviso con altre comunità, tanto più Unesco lo apprezza. Non vuol dire essere unici al mondo, ma puntare sul racconto di quello che si fa”.  E l’effetto economico del riconoscimento UNESCO? “Da una ricerca condotta dall’Università, l’effetto economico è significativo – spiega il professore – sia in termini di flussi turistici, se si tratta di siti, sia in termini di valore economico del prodotto connesso a quel riconoscimento, sia in termini di forza lavoro”.  

Giovanna Ferragamo Gentile ha parlato della Fondazione che presiede e ha ripercorso la storia dell’azienda e del padre. “Nella sua autobiografia mio padre ha scritto che il lavoro della sua vita è stato imparare a fare scarpe perfette, rifiutando di associare il suo nome a quelle che non lo sono, concentrandosi sul piacere di camminare bene. Lui ha portato avanti il suo mestiere nel rispetto dei piedi, dell’arte di fare scarpe, non solo belle ma anche confortevoli”. Giovanna Ferragamo ha ricordato che il padre aveva prodotto anche calzature per occasioni particolari, ad esempio aveva realizzato per la principessa Maria José di Savoia delle scarpe per le crocerossine di cui lei era responsabile. Poiché dovevano stare in piedi per ore, fece una scarpa con una leggera zeppa che dava stabilità e comfort. Ha poi citato l’invenzione delle scarpe per i militari che andavano in guerra in Russia costruendo un prodotto isolante dal freddo con tanti strati di cuoio e una colla particolare che le rendeva impermeabili. “Al di là di questi casi particolari, lui faceva scarpe bellissime che attirassero il consumatore, addirittura spesso fatte su misura. Il saper fare implica anche il saper insegnare ad altri e questo si collega a quanto sottolineato dal comitato promotore per tramandare l’arte calzaturiera”. Senza dimenticare che Salvatore Ferragamo aveva brevettato il cambrione per le scarpe con i tacchi alti, in seguito a un corso di anatomia in America. 

Giovanna Ferragamo Gentile

Marco Nocivelli ha sottolineato l’importanza della tecnica, anche manuale, nella costruzione della calzatura, poiché anche le sensazioni sono importanti nel lavoro. “La qualità è una caratteristica molto forte nel made in Italy. Il bello e ben fatto vale 170 miliardi nell’export di  prodotti manifatturieri.  Quando noi eleviamo di un punto percentuale il valore della qualità percepita dal consumatore, si eleva dell’0,6% il tasso di esportazione nel mondo. Questo va trasmesso ai giovani quando entrano nel mondo del lavoro. Certe cose si possono fare solo con le mani”.

Filippo La Rosa ha ribadito che accanto alla qualità, serve una narrazione, un immaginifico alimentato ogni giorno nei 5 continenti affinché le persone si avvicinino al prodotto. In questa narrazione c’è un elemento importante della candidatura: la trasmissione del sapere.  

Si ricollega al tema della narrazione anche Davide Rampello il quale, cintando il Medioevo e il Rinascimento, ricorda che il saper fare ha radici lontane e viene perfezionato nei secoli. Un viaggio in Italia fatto nel 1500 da Leandro Alberti per raccontare in un libro le grandezze del Paese, già dimostrava come l’autore fosse interessato al saper fare e fra le varie arti c’era anche la lavorazione del cuoio e dei tipi di pellami che si conciavano, fra cui lo scoiattolo svedese per fare i guanti. “Ecco che il nostro straordinario patrimonio è frutto di quel sapere, ma il racconto tocca anche la cultura che è il risultato di relazioni”, ha concluso.  

Francesco Morace ha parlato di “italian factor” che non è il made in Italy, né semplicemente l’italian way, ma è un moltiplicatore che – dice il sociologo – permette di amplificare le nostre straordinarie capacità legate al saper vivere, prima ancora che al saper fare. Perché dunque noi italiani possiamo proporci per una candidatura così importante? “Perché noi accanto all’intelligenza artificiale che dobbiamo usare, sfidandola, abbiamo un’altra cosa che è l’intelligenza contestuale, che è, ad esempio, la capacità di osservare il cliente, di capire le sue necessità, di organizzare i distretti. Il genius loci però non bisogna difenderlo, ma espanderlo”. Concludendo, ha sottolineato Morace: “non abbiamo bisogno dello storytelling, perché a noi basta lo storydoing, cioè raccontare con onestà quello che abbiamo sempre fatto, non parlare semplicemente di tradizione, ma tradurre la straordinaria capacità di invenzione, che abbiamo avuto, nell’oggi, nel domani e nel dopodomani, dando ai giovani il compito e la responsabilità, sfidandoli, di costruire questo nuovo mondo”.

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Francesco Morace
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Guarda il video “L’arte Italiana della Calzatura”