Think Green-

Sostenibilità senza mezzi termini

 

Yuly Fuentes-Medel: “Se vogliamo essere sostenibili, dobbiamo agire collettivamente”

Una piattaforma utile per chi vuole passare, quando si parla di sostenibilità, dalle parole ai fatti. Un’unione di valori e di azioni, perché si sa: “Un cambiamento reale può avvenire solo con il supporto di quante più persone possibile”.

Yuly Fuentes-Medel, program manager di Fiber Technologies del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e fondatrice di Value of Science e The Footwear Collective, fa parte di quelle persone per cui stare a guardare passivamente non è un’opzione. Così, dopo aver appreso alcuni dati significativi sulla produzione (e gli scarti) in ambito footwear – 23 miliardi di paia di scarpe prodotte ogni anno, ognuno dei quali è composto da almeno 45-50 componenti in media – ha capito che solo un’azione collettiva avrebbe potuto essere efficace.

Come ha raccontato durante un ciclo di conferenze a MICAM X, innovation hub di MICAM Milano, “Il MIT, nel 2010, ha reso nota la prima pubblicazione sulle emissioni prodotte per creare un paio di sneakers. Dieci anni più tardi abbiamo cominciato a ricevere dalle aziende una serie di richieste su come poter affrontare un tema complesso come quello della sostenibilità in ambito footwear”. 

Yuli Fuentes Medel a MICAM X
 

Ma l’università, come ha sottolineato la Fuentes-Medel, “è un luogo dove si produce conoscenza, non risposte preconfezionate: per questo alle aziende che ci avevano interpellato abbiamo risposto dicendo che loro avevano già all’interno una soluzione e che noi le avremmo aiutate a portarla alla luce, a farla emergere”.

Il MIT, d’altronde, “è un istituto specializzato nel creare missioni impossibili trovando poi soluzioni semplici”. In questo caso la missione “impossibile” era capire come portare il concetto di sostenibilità nel settore. “Abbiamo quindi parlato con una serie di aziende e creato The Footwear Collective, una organizzazione no profit, per capire quale fosse il futuro della circolarità in questo ambito e quali opportunità potesse portare”. 

Per procedere, “dovevamo tenere in mentre tre key point. Punto primo: capire di cosa è fatta una scarpa e i suoi più piccoli dettagli; punto secondo, tenere in mente che il settore calzaturiero ha la possibilità di combinare design e ingegneria (e non tutti i settori possono farlo); punto terzo, avevamo la necessità di creare un processo collaborativo che desse la possibilità di affrontare diverse economie di scala in modo finanziariamente funzionale. Così abbiamo deciso di avviare The Footwear Collective”.

E, quando si struttura un qualcosa che ha come scopo il bene comune, “bisogna creare uno spazio in cui aggregare informazioni in modo che tutti possano attingervi. Questo perché arriverà un momento in cui il risultato andrà condiviso con tutto il settore, affinché ciascuno ne possa beneficiare. Non dobbiamo avere segreti, ma dobbiamo apprendere quante più conoscenze possibile e trasferirle a tutti, perché il DNA della nostra organizzazione è votato alla salvezza del Pianeta: il nostro primo e vero cliente è proprio il nostro Pianeta. Tutti i nostri clienti devono condividere questa visione: la Terra ha bisogno di un “ambasciatore” e non ce l’ha: dobbiamo esserlo noi”.

E dato che, come ha ripetuto più volte, solo condividendo informazioni e dati si poteva essere efficaci e performanti come organizzazione, “abbiamo cominciato a includere aziende che ci si proponevano come partner”. Tra queste, New Balance, Brooks, Crocs, Target, Vibram, Eco e Reformation, solo per citarne alcune. L’obiettivo, ora, è “includere sempre più aziende rappresentando tutta la filiera e il settore, se l’obiettivo è mettere in atto un movimento e un cambio culturale che duri”.

Tutti i brand che aderiscono a The Footwear Collective fanno proprio il manifesto dell’ONG, che ha come scopo il minimizzare l’impatto delle aziende calzaturiere sull’ambiente, e che è stato elaborato dopo la partecipazione a un summit, nel 2022, con diversi player del settore. “Nel redigere questo rapporto abbiamo parlato dello status quo della sostenibilità con più di 15 aziende calzaturiere e con numerosi stakeholder esterni. Il documento identifica le opportunità per indirizzare l’industria verso soluzioni eco-compatibili in diversi aspetti del business: gestione dei materiali, infrastrutture post-consumo, comportamento dei consumatori e implementazione di modelli di business circolari. Il nostro sondaggio, le interviste e l’analisi hanno identificato diversi risultati chiave, poi condivisi”.

Tra questi, il fatto che la complessità delle scarpe è la più grande sfida alla circolarità su larga scala. Le aziende hanno la volontà di cambiare, ma c’è poco allineamento strategico sulla circolarità in questo ambito, e nessun mezzo comune per misurarne il progresso. La collaborazione è vitale per la scalabilità dei sistemi circolari – non solo all’interno dei marchi, ma con una moltitudine di stakeholder tra cui fornitori, investitori, governo, università e imprenditori. La costruzione di un sistema dinamico circolare richiederà soluzioni diverse che aprano opportunità a settori e comunità diverse.

Giovedì prossimo, Katy O’Brien ci racconterà l’approccio di New Balance al tema della sostenibilità